Giacenze ancora elevate, prezzi all’origine in contrazione e costi produttivi che restano sotto pressione. Per vino e olio il 2026 si sta caratterizzando per una fase di riequilibrio complessa, nella quale alle dinamiche di mercato si sommano gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico.
Non è una crisi uniforme, né riguarda allo stesso modo tutti i territori e tutte le produzioni. Ma i dati disponibili a metà 2026 delineano per vino e olio un quadro nel quale l’offerta fatica ad adeguarsi a una domanda che, per ragioni diverse, non cresce più ai ritmi del passato. A questo si aggiunge una struttura dei costi che rende più difficile assorbire la riduzione dei prezzi agricoli.
Il primo indicatore da osservare è quello delle giacenze.
Vino: 42,6 milioni di ettolitri in cantina
Secondo l’ultimo report Cantina Italia dell’ICQRF, al 31 luglio 2026 le cantine italiane detenevano 42,6 milioni di ettolitri di vino, ai quali si aggiungevano 3,1 milioni di ettolitri di mosti e 42.027 ettolitri di vino nuovo ancora in fermentazione. Il dato delle giacenze vinicole è diminuito dell’8,6% rispetto alla fine di giugno, ma rimane superiore del 6,9% rispetto a luglio 2025, con quasi 2,73 milioni di ettolitri in più.
La composizione dello stock è particolarmente significativa. Il 55,4% del vino detenuto è costituito da DOP, il 25,8% da IGP, mentre i vini varietali rappresentano l’1,7% e gli altri vini il 17,1%. Inoltre, le giacenze delle indicazioni geografiche risultano fortemente concentrate: appena 20 denominazioni sulle 523 complessive rappresentano il 57,6% dello stock a indicazione geografica.
Anche la distribuzione territoriale aiuta a leggere il fenomeno. Il Nord concentra il 55,9% del vino nazionale in giacenza e il solo Veneto arriva a oltre 10,2 milioni di ettolitri, pari al 24,2% del totale italiano. Il dato, quindi, non segnala semplicemente un problema quantitativo. La questione riguarda soprattutto la velocità con cui il prodotto viene assorbito dal mercato rispetto alla capacità produttiva della filiera.
Prezzi: la pressione è più evidente nei segmenti meno protetti
La dinamica dei prezzi all’origine conferma questa lettura. L’indice ISMEA dei prezzi alla produzione del vino a luglio 2026 era in calo del 2% rispetto a giugno dello stesso anno e di quasi il 10% su luglio 2025. La contrazione è stata particolarmente marcata per i vini comuni (-20,3%), leggermente in più per i banchi rispetto ai rossi e rosati. Più contenuta, ma comunque negativa, la variazione dei vini DOC-DOCG (-3,6%) e degli IGT (-5,5%).
Le rilevazioni puntuali di luglio mostrano una situazione ancora più articolata. Il prezzo medio all’origine dei vini bianchi comuni è sceso a 4,58 euro per ettogrado, -18,9% su base annua, mentre quello dei rossi e rosati comuni si è attestato a 4,33 euro per ettogrado, in diminuzione del 19,6%.
Non tutti i segmenti, tuttavia, si muovono nella stessa direzione. Alcune denominazioni mantengono quotazioni stabili o mostrano una maggiore capacità di tenuta. A luglio il Prosecco DOC era quotato a 190 euro/hl e il Conegliano Valdobbiadene Prosecco a 232,50 euro/hl, mentre per alcuni vini rossi di alta gamma le quotazioni rimanevano decisamente più elevate.
È una distinzione importante: il mercato del vino non è semplicemente in caduta, ma sta diventando più selettivo, con una maggiore distanza tra segmenti capaci di difendere il valore e produzioni più esposte alla pressione dell’offerta.
A monte, però, la domanda presenta ormai elementi strutturali di debolezza. Secondo la scheda ISMEA sul settore vino, nel 2025 i consumi interni sono stati stimati in circa 21 milioni di ettolitri, mentre le esportazioni hanno raggiunto anch’esse circa 21 milioni di ettolitri, in calo del 2% in volume e del 3,7% in valore, a 7,8 miliardi di euro.
Non si tratta quindi soltanto di una fase congiunturale legata alle scorte: cambiano i consumi, i mercati di sbocco e le preferenze, mentre la crescita dell’offerta degli ultimi anni non ha trovato un corrispondente incremento della domanda.
La vendemmia 2026 parte in anticipo
A complicare ulteriormente il quadro interviene il fattore climatico.
L’estate 2026 ha portato in diverse aree italiane temperature elevate e periodi di siccità che hanno accelerato i processi di maturazione. La vendemmia è partita in anticipo in diverse regioni, dalle aree spumantistiche del Nord fino alla Sicilia, con le varietà precoci già interessate dalle operazioni di raccolta.
L’anticipo della maturazione non equivale necessariamente a un peggioramento qualitativo. Il problema per le aziende è piuttosto gestionale ed economico: finestre di raccolta più ristrette, maggiore necessità di irrigazione dove disponibile, più attenzione alla gestione dello stress idrico e una maggiore difficoltà nel programmare manodopera, trasporti e conferimenti.
Giacenze record anche per l’olio di oliva
La fotografia dell’olio presenta alcuni elementi ancora più netti.
Il report Frantoio Italia dell’ICQRF indica al 31 luglio 2026 una giacenza complessiva di 233.377 tonnellate di oli di oliva, in calo del 9,7% rispetto a giugno, ma superiore del 43,9% rispetto a luglio 2025. La componente principale è rappresentata dall’olio extravergine, con 185.373 tonnellate, pari al 79,4% dello stock complessivo, mentre solo l’1,2% delle giacenze è rappresentato dall’olio vergine di oliva.
.Nell’ambito dell’olio EVO, il 58,4% è di origine italiana: 108.299 tonnellate, contro 45.200 nello stesso periodo del 2025, con un incremento del 139,6%. Il prodotto di origine EU rappresenta invece il 29,9%.
La riduzione rispetto a giugno indica che il mercato sta assorbendo prodotto ma il livello di partenza rimane elevato e rappresenta un elemento di pressione in vista della nuova campagna.
La concentrazione territoriale è altrettanto evidente: il 52,2% delle giacenze nazionali è localizzato nel Mezzogiorno, con Puglia e Calabria che rappresentano rispettivamente il 31,5% e il 12,7% del totale. Le prime tre regioni – Puglia, Toscana e Calabria – concentrano complessivamente il 62,8% delle giacenze.
Il prezzo medio nazionale all’origine dell’olio extravergine di oliva rilevato da ISMEA a luglio 2026 è stato di 5,12 euro/kg, in calo del 15,2% rispetto a giugno e del 46,7% rispetto a luglio 2025.
Il confronto territoriale mostra però, ancora una volta, una forte differenziazione. A luglio alcuni oli DOP mantenevano quotazioni elevate, come il Chianti Classico a 16 euro/kg o il Brisighella a 21,50 euro/kg, mentre altri mercati risultavano molto più depressi: il Dauno era a 5,03 euro/kg, il Terra di Bari a 4,55 euro/kg e il Bruzio a 6,10 euro/kg.
Il mercato dell’olio, quindi, presenta una dinamica simile a quella del vino: la pressione sui prezzi è forte soprattutto nei segmenti meno capaci di differenziare il prodotto, mentre qualità, origine, denominazione e posizionamento continuano a rappresentare fattori importanti di protezione del valore.
La difficoltà per le aziende agricole deriva dal fatto che la diminuzione dei prezzi si confronta con una struttura dei costi che rimane elevata.
L’indice ISMEA dei prezzi dei mezzi correnti di produzione a giugno 2026 segnala per il comparto vino un incremento del 4,7% su base annua e per l’olio d’oliva del 5,7%. Nel complesso dell’agricoltura l’aumento è stato del 4,5%.
Alcune voci risultano particolarmente rilevanti. I fertilizzanti registrano un incremento del 12,1% annuo, i servizi agricoli conto terzi del 5,4% e, soprattutto, i prodotti energetici del 12,8%. All’interno di questi ultimi, l’indice dei carburanti risulta superiore del 30,9% rispetto a giugno 2025, nonostante una riduzione del 6,9% rispetto al mese precedente.
È proprio questa combinazione a comprimere la redditività: il ricavo agricolo si riduce mentre una parte significativa dei costi rimane rigida o cresce. Per produzioni come vite e olivo, dove manodopera, lavorazioni meccaniche, trattamenti, irrigazione, raccolta e trasporto incidono significativamente, la distanza tra prezzo di mercato e costo di produzione può diventare rapidamente determinante.


