Dal Rapporto Coop 2026 emerge una trasformazione profonda dei consumi alimentari: la spesa domestica tiene, ma cambiano prodotti, canali e criteri di scelta. I prezzi alimentari sono saliti di oltre il 30% dal pre-pandemia e clima e geopolitica pesano sempre più sulla filiera. Intanto la marca del distributore vale ormai un terzo delle vendite e il valore generato si distribuisce in modo molto diverso tra agricoltura, industria, commercio e ristorazione.
Il cibo resta uno degli ultimi territori nei quali gli italiani sono disposti a concentrare la propria capacità di spesa. Ma il carrello è cambiato e continua a cambiare. Meno fedeltà alle marche e alle insegne, maggiore attenzione al prezzo ma anche alla qualità intrinseca dei prodotti, più interesse per salute e benessere, crescente ricerca di convenienza e una domanda sempre più condizionata dagli effetti del clima e della geopolitica.
È questa una delle chiavi di lettura del Rapporto Coop 2026, presentato nella sua anteprima digitale del 10 settembre, che dedica un’ampia sezione all’evoluzione del largo consumo e all’economia del cibo. Il Rapporto, realizzato dall’Ufficio Studi Ancc-Coop con la collaborazione scientifica, tra gli altri, dell’Università di Parma e di NielsenIQ, definisce il cibo un vero e proprio “sismografo” degli orientamenti sociali italiani.
Il cibo resiste, ma il budget si fa più selettivo
La prima evidenza riguarda la tenuta dei consumi alimentari domestici. Per i prossimi mesi, circa una famiglia su cinque prevede di aumentare la propria spesa alimentare, mentre circa una su dieci immagina di doverla ridurre. Il saldo è quindi positivo e fa del consumo alimentare domestico uno dei pochi ambiti nei quali le intenzioni di spesa mostrano una dinamica favorevole.
La stessa dinamica non riguarda però il fuori casa: un terzo degli italiani prevede di ridurre le occasioni di convivialità extradomestica. La casa torna così a essere non soltanto il luogo della famiglia, ma anche quello nel quale è possibile controllare meglio il budget e le scelte alimentari.
Non significa, tuttavia, che gli italiani abbiano semplicemente scelto il prezzo più basso. Al contrario, il Rapporto descrive un nuovo “valore etico del risparmio”: si spreca meno, si pianifica maggiormente la spesa e si valuta il concreto valore d’uso del prodotto.
È proprio qui che emerge uno dei paradossi più interessanti per il sistema agroalimentare.
Negli ultimi dodici mesi, l’aumento dei prezzi dei prodotti freschi ha determinato una riduzione dei volumi acquistati, soprattutto per l’ortofrutta, e in misura minore per le carni fresche e lavorate. Eppure frutta e verdura continuano a essere associate dai consumatori a salute e benessere.
La pressione sui freschi non è soltanto una questione di domanda. Il Rapporto mette infatti in relazione l’andamento dei prezzi con clima e geopolitica. Dal periodo pre-pandemico a oggi, i prezzi alimentari italiani sono cresciuti di oltre il 30%. Tra i fattori indicati ci sono i conflitti, le difficoltà delle rotte commerciali, i dazi e, sempre più, gli effetti del cambiamento climatico.
Il riferimento è concreto: dalle crisi idriche alle difficoltà delle colture mediterranee, passando per prodotti come olio di oliva, zucchine e pere. Sono segnali di una vulnerabilità che rischia di diventare strutturale per una parte importante dell’agricoltura e, di conseguenza, per l’intera filiera.
L’Italia contiene l’inflazione alimentare meglio dell’Europa
C’è però un elemento di resilienza della filiera italiana. Secondo il Rapporto, dal 2019 l’incremento cumulato dei prezzi alimentari in Italia è risultato inferiore di 9 punti rispetto alla media Ue e di oltre 10 punti rispetto alla Germania. Se l’Italia avesse registrato la stessa inflazione alimentare dell’area euro, oggi le famiglie italiane spenderebbero per il cibo oltre 6 miliardi di euro in più.
Un risultato importante, ma che non cancella le tensioni lungo la catena del valore. Anzi, l’analisi dell’economia del cibo proposta da Coop mostra quanto siano numerosi i costi che si collocano tra il produttore e il consumatore: energia, trasporti, prodotti chimici e farmaceutici, servizi finanziari e assicurativi. I costi energetici, in particolare, rappresentano una delle componenti più rilevanti e assorbono una quota superiore a quella trattenuta dal valore aggiunto della grande distribuzione.
La marca del distributore conquista il carrello
Nel frattempo cambia anche il rapporto con marche e insegne.
La marca del distributore (Mdd) vale ormai circa un terzo del totale delle vendite e circa il 40% dei volumi del largo consumo confezionato nella Gdo. Non è più soltanto la risposta del consumatore meno abbiente, ma una scelta sempre più trasversale, soprattutto nella classe media, perché consente di combinare prezzo e qualità percepita.
E cambia anche il luogo dell’acquisto. Il consumatore diventa sempre più “poligamo”: frequenta più punti vendita, confronta assortimenti e cerca soluzioni efficienti. La novità è che il discount, pur continuando ad aumentare il numero dei propri punti vendita, incontra una certa resistenza nella conquista di ulteriori quote di mercato. È invece il supermercato a recuperare terreno, grazie a un assortimento molto più ampio e alla capacità di combinare servizio, prossimità e convenienza.
Il nodo vero resta la distribuzione del valore
La parte forse più interessante per chi guarda all’agroalimentare dal punto di vista economico è però quella dedicata alla distribuzione del valore lungo la filiera.
Il valore aggiunto trattenuto complessivamente dagli operatori della filiera – agricoltura, industria e distribuzione – rappresenta poco più della metà delle risorse economiche spese dalle famiglie per alimentazione domestica e ristorazione. Una quota rilevante viene assorbita dalle imposte indirette e dall’indotto necessario al funzionamento della filiera.
All’interno della catena emergono differenze significative. L’industria alimentare presenta il valore aggiunto per addetto più elevato, quasi il doppio di quello del settore distributivo. Agricoltura professionale e commercio al dettaglio mostrano invece valori per addetto più contenuti, mentre la ristorazione si colloca all’ultimo posto. Al tempo stesso, agricoltura e ristorazione sono tra i comparti che assorbono la quota più consistente della forza lavoro dell’intero sistema agroalimentare.
È qui che si trova una delle principali sfide dei prossimi anni: produrre più valore senza perdere accessibilità per il consumatore.
Per riuscirci, il Rapporto individua nella maggiore efficienza della logistica e della distribuzione e soprattutto nell’innovazione tecnologica alcune delle leve decisive. Digitale, intelligenza artificiale e, in prospettiva, robotica sono indicate come strumenti destinati a incidere profondamente sull’organizzazione della filiera.
Il quadro che emerge è quindi quello di un agroalimentare italiano ancora centrale nell’economia del Paese, ma attraversato da una trasformazione profonda. Il consumatore vuole mangiare meglio, spendere con maggiore attenzione e ridurre gli sprechi; l’agricoltura deve fare i conti con clima e costi; l’industria con la necessità di generare efficienza e innovazione; la distribuzione con un consumatore sempre meno fedele e sempre più esigente.


