Il mondo si trova ancora molto lontano dal traguardo fissato per il 2030 dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 2 (SDG 2), che prevede la fine della fame, la garanzia di sicurezza alimentare e una migliore nutrizione per tutti. Negli ultimi anni, una combinazione di crisi globali – dai cambiamenti climatici estremi alla pandemia di COVID-19, fino alla guerra in Ucraina – ha aggravato le fragilità esistenti, riportando fame e insicurezza alimentare a livelli superiori a quelli del 2015.
L’aumento dei prezzi dei generi alimentari e l’inflazione persistente hanno ulteriormente ridotto il potere d’acquisto, colpendo in maniera sproporzionata le popolazioni a basso reddito e rendendo più difficile l’accesso a diete sane ed equilibrate.
E’ quanto evidenzia l’ultimo rapporto della Fao sullo Stato di Sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo 2025.
Nonostante alcuni segnali incoraggianti emersi dal 2022 in avanti, i progressi rimangono fragili e distribuiti in modo disomogeneo tra le diverse regioni. In Asia meridionale e sud-orientale e in America Latina si osserva una riduzione della denutrizione, anche grazie a nuovi dati positivi provenienti dall’India. Tuttavia, in Africa e Medo Oriente la situazione continua a peggiorare: nel 2024 oltre un quinto della popolazione africana risultava denutrito. In generale, circa 673 milioni di persone nel mondo hanno sofferto la fame nel 2024, un calo rispetto agli anni precedenti ma comunque un numero enorme che mette in discussione la possibilità di centrare l’SDG 2 entro il 2030.
L’insicurezza alimentare, che comprende non solo la fame ma anche la difficoltà di accedere regolarmente a cibi sicuri e nutrienti, resta diffusissima: nel 2024 colpiva circa 2,3 miliardi di persone, soprattutto nelle aree rurali e tra le donne, segnalando forti disuguaglianze di genere e di condizione sociale. Parallelamente, il costo di una dieta sana ha continuato ad aumentare, raggiungendo una media di 4,46 dollari per persona al giorno. Questo ha reso l’accesso a un’alimentazione equilibrata fuori portata per 2,6 miliardi di persone. Se in Asia e in parte dell’America Latina si registra un lieve miglioramento, in Africa la situazione è drammatica: oltre 1 miliardo di persone non può permettersi una dieta che garantisca i requisiti nutrizionali di base.
Sul piano della nutrizione, i progressi restano lenti e parziali. L’unico indicatore che mostra miglioramenti tangibili è la riduzione della crescita stentata nei bambini, mentre il sovrappeso infantile e il deperimento rimangono stabili. Ancora più preoccupante è la crescita dell’obesità negli adulti e dell’anemia tra le donne in età fertile. Un nuovo indicatore introdotto nel 2025, la diversità minima della dieta, ha rivelato che due terzi dei bambini piccoli non assumono un’alimentazione abbastanza varia, con gravi rischi per la salute e lo sviluppo cognitivo.
Il forte aumento dei prezzi alimentari tra il 2021 e il 2023 ha avuto un ruolo decisivo nel peggiorare queste dinamiche. Dopo la pandemia, le misure straordinarie di sostegno fiscale e monetario hanno evitato un collasso economico, ma hanno anche alimentato spinte inflazionistiche che si sono poi intrecciate con lo shock legato al conflitto in Ucraina e al caro energia. In molti Paesi, i salari reali sono diminuiti, mentre i prezzi dei beni alimentari – in particolare cereali, oli e grassi – sono saliti rapidamente, mettendo a dura prova le famiglie. La conseguenza è stata un peggioramento della sicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi a basso reddito, dove la dipendenza dalle importazioni e la debolezza delle istituzioni amplificano gli effetti delle crisi globali.
Tuttavia, rispetto a crisi precedenti come quella del 2007–2008, la risposta della comunità internazionale si è dimostrata più coordinata e, in parte, più efficace. Molti governi hanno evitato misure drastiche e controproducenti come divieti generalizzati all’export e hanno adottato politiche più mirate e temporanee, cercando di mantenere i mercati agricoli funzionanti. Sistemi di protezione sociale, quando presenti e ben finanziati, hanno attenuato gli effetti dell’inflazione sui gruppi più vulnerabili. Inoltre, iniziative di trasparenza sui mercati agricoli hanno contribuito a limitare la speculazione e a favorire decisioni politiche più razionali.
Il rapporto sottolinea però che non esiste una soluzione unica valida per tutti: le strategie che funzionano in un contesto possono essere inefficaci o addirittura dannose in un altro. Paesi con istituzioni solide, sistemi di welfare robusti e politiche commerciali coordinate hanno reagito meglio; al contrario, dove prevalgono fragilità strutturali, l’inflazione alimentare ha colpito più duramente e la ripresa si presenta più lenta e diseguale.
In conclusione, il quadro mondiale resta critico: i miglioramenti registrati non bastano a garantire che entro il 2030 si possa davvero arrivare a fame zero e a una nutrizione adeguata per tutti. Il rapporto evidenzia la necessità di politiche integrate che non si limitino a risposte emergenziali ma rafforzino la resilienza dei sistemi agroalimentari nel lungo periodo, riducano le disuguaglianze sociali e di genere e assicurino a ciascun individuo la possibilità concreta di accedere a diete sane, diversificate e sostenibili.


