L’agroalimentare italiano si conferma uno dei pilastri più solidi e dinamici dell’economia nazionale. A certificarlo è il Rapporto Agroalimentare ISMEA 2025, che restituisce l’immagine di una filiera in espansione, capace di creare valore, occupazione e competitività anche in un contesto internazionale sempre più complesso, segnato da tensioni commerciali, nuovi equilibri geopolitici e un ritorno delle politiche protezionistiche.
Nel 2024 il valore aggiunto complessivo del settore ha raggiunto gli 81,9 miliardi di euro, pari al 4,2% del PIL. Una quota che sale oltre l’8% se si considerano anche distribuzione e ristorazione e che arriva a sfiorare il 15% includendo logistica, trasporti e servizi collegati. Numeri che confermano il ruolo strategico dell’agroalimentare come sistema produttivo integrato, capace di attivare filiere a monte e a valle e di sostenere interi territori.
Dopo anni segnati dall’aumento dei costi energetici e dagli effetti della siccità, l’agricoltura torna a crescere con decisione, segnando nel 2024 un +12,6% a prezzi correnti. Parallelamente, l’industria alimentare prosegue il suo percorso di consolidamento, con un incremento del 3,5%, al termine di un decennio di espansione pressoché ininterrotta.
Questo dinamismo consente all’Italia di confermarsi primo Paese dell’Unione Europea per valore aggiunto agricolo, con una quota del 17,4% del totale UE. Un primato che si accompagna a una performance occupazionale in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa: mentre nell’ultimo decennio gli addetti agricoli nell’UE sono diminuiti del 17%, in Italia sono aumentati del 2,9%, segno di un modello produttivo ancora attrattivo, fondato su specializzazioni colturali distintive e su un sistema di qualità riconosciuto a livello globale.
A rafforzare la competitività del settore contribuisce anche il forte rilancio degli investimenti. Tra il 2014 e il 2023 questi sono cresciuti del 43,9%, contro una media europea di poco superiore al 10%. Un’accelerazione sostenuta dalla transizione digitale, dalla meccanizzazione e dall’adozione di nuove tecnologie di campo, con il supporto determinante del PNRR e dei fondi nazionali dedicati alle filiere strategiche.
La qualità certificata resta uno dei principali asset dell’agroalimentare italiano. Nel 2024 la cosiddetta “DOP economy” ha raggiunto un valore di 21 miliardi di euro, pari a circa il 19% del fatturato complessivo del settore. Formaggi e salumi continuano a trainare il comparto, ma si osserva una crescita significativa anche nell’ortofrutta, mentre il settore vitivinicolo, stabile intorno agli 11 miliardi di euro, rimane una delle eccellenze più riconosciute a livello internazionale.
Accanto alle produzioni certificate, si rafforza anche il biologico. Con 2,5 milioni di ettari coltivati, pari al 20,2% della superficie agricola utilizzata, l’Italia si colloca tra i Paesi più avanzati in Europa, con tassi di crescita particolarmente elevati nel Mezzogiorno. Un posizionamento che consente di guardare all’obiettivo UE del 25% di SAU bio entro il 2030 con un vantaggio competitivo significativo.
Sul fronte della domanda interna, nel 2024 la spesa alimentare domestica ha raggiunto i 196 miliardi di euro. Nei primi sei mesi del 2025 si registra un ulteriore incremento del 5,2%, trainato soprattutto da carne, latte, uova e prodotti ittici. La distribuzione moderna continua a rappresentare il canale prevalente, ma si segnala un recupero dei negozi tradizionali e un forte dinamismo dei discount, sempre più attivi anche sui prodotti a indicazione geografica. Dopo un 2024 più prudente, il biologico torna a crescere con decisione nel 2025 (+10,6%), favorito dalla normalizzazione dei prezzi e da una rinnovata fiducia dei consumatori.
Il 2024 è stato anche l’anno del record per l’export agroalimentare italiano, che ha raggiunto i 70 miliardi di euro, con un aumento dell’87% rispetto al 2015. Gli Stati Uniti si confermano il secondo mercato di destinazione, con vendite pari a 7,8 miliardi di euro. Tuttavia, sul 2025 si addensano nuove incognite legate all’introduzione dei dazi statunitensi del 15% sulle merci europee, entrati in vigore il 7 agosto.
L’impatto delle nuove tariffe è differenziato a seconda dei prodotti: Grana Padano e Parmigiano Reggiano non registrano incrementi di dazio, mentre pasta, acque minerali, pecorino e aceto subiscono un aggravio del 15%. Più penalizzati risultano invece comparti chiave come vino e olio extravergine d’oliva. I primi dati mostrano un rallentamento delle spedizioni verso gli USA nella primavera del 2025, dopo l’impennata registrata nei mesi precedenti, legata allo stockpiling da parte degli importatori americani. Secondo ISMEA, solo a fine 2025 sarà possibile valutare con maggiore precisione l’impatto reale dei dazi, anche perché il tasso di cambio euro/dollaro continua a giocare un ruolo determinante.
Il quadro che emerge dal Rapporto è dunque fatto di luci e ombre. Da un lato, le opportunità offerte dalla crescita strutturale della qualità certificata, dall’espansione del biologico e della multifunzionalità, dalla forte domanda internazionale di prodotti premium e da investimenti record in agritech e sostenibilità. Dall’altro, i rischi legati al rafforzarsi del protezionismo, alle incertezze geopolitiche – dai conflitti in Medio Oriente alla guerra in Ucraina – alla revisione del Quadro finanziario pluriennale UE 2028–2034 e alla volatilità dei mercati energetici e delle materie prime.


