Il rapporto ISMEA dedicato all’impatto della politica tariffaria statunitense sul settore agroalimentare dell’Unione europea e dell’Italia offre una lettura complessivamente rassicurante circa la capacità di tenuta del Made in Italy di fronte alla svolta protezionistica dell’amministrazione Trump.
La forza competitiva delle produzioni italiane, la loro elevata riconoscibilità sui mercati internazionali e la limitata sostituibilità di molti prodotti simbolo del Made in Italy rappresentano, secondo il rapporto, fattori in grado di attenuare gli effetti delle nuove barriere commerciali.
Una lettura attenta dei dati e delle simulazioni contenute nel documento suggerisce tuttavia una riflessione più articolata. Il tema, infatti, non riguarda soltanto l’impatto immediato dei dazi, ma il mutamento strutturale del contesto nel quale opera l’export agroalimentare italiano.
Il primo elemento riguarda l’andamento degli scambi. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari italiane verso gli Stati Uniti si sono attestate a 7,5 miliardi di euro, registrando una riduzione del 4,6% rispetto all’anno precedente, dopo una crescita del 17% nel 2024. Il dato assume particolare rilievo se si considera che il mercato statunitense rappresenta uno degli sbocchi più importanti per molte produzioni italiane ad alto valore aggiunto e che l’agroalimentare pesa per l’11% dell’intero export italiano verso gli USA.
La contrazione registrata nel 2025 richiede però una lettura prudente. Lo stesso rapporto evidenzia come, nei mesi precedenti all’entrata in vigore dei nuovi dazi, molti importatori statunitensi abbiano anticipato gli acquisti per costituire scorte e proteggersi dall’aumento delle tariffe. Questo fenomeno ha sostenuto temporaneamente i flussi commerciali nella prima parte dell’anno, compensando almeno in parte il successivo rallentamento delle spedizioni.
Di conseguenza, il dato del -4,6% potrebbe non riflettere ancora pienamente l’impatto strutturale della nuova politica commerciale americana. Se la flessione del 2025 è stata in parte attenuata dall’effetto scorta, il vero banco di prova potrebbe essere rappresentato dal 2026, quando tale effetto sarà esaurito e le esportazioni italiane si confronteranno integralmente con il nuovo assetto tariffario e con mutate condizioni di competitività sul mercato statunitense.
Le simulazioni elaborate da ISMEA attraverso il modello GTAP confermano l’esistenza di una criticità strutturale. Nello scenario di maggiore tensione commerciale, le esportazioni agroalimentari dell’Unione europea verso gli Stati Uniti registrerebbero una contrazione media del 10%, mentre per l‘Italia il calo sarebbe più contenuto, attestandosi intorno al 6%. Si tratta certamente di una maggiore capacità di resistenza rispetto ad altri Paesi europei, ma non di una sostanziale immunità rispetto agli effetti del protezionismo.
Ancora più significativa appare un’altra evidenza contenuta nel rapporto: la riduzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti non verrebbe compensata da una crescita delle vendite verso altri mercati. Le simulazioni indicano infatti che il valore esportato verso il resto del mondo potrebbe addirittura diminuire, anche a causa della pressione sui prezzi generata dall’eccesso di offerta derivante dal minore assorbimento del mercato americano.
Questa considerazione suggerisce cautela rispetto all’idea che la diversificazione geografica possa rappresentare, nel breve periodo, una soluzione automatica agli effetti dei dazi. Mercati costruiti in decenni di investimenti, promozione e consolidamento commerciale non sono facilmente sostituibili, soprattutto per produzioni fortemente identitarie come vino, olio extravergine di oliva, formaggi Dop e pasta.
Sotto questo profilo, il rapporto offre anche un’indicazione di carattere più generale. La svolta protezionistica degli Stati Uniti si inserisce in un processo più ampio di trasformazione delle relazioni economiche internazionali, caratterizzato dalla crisi del multilateralismo, dal ricorso crescente a misure tariffarie e non tariffarie e da una crescente influenza delle dinamiche geopolitiche sulle politiche commerciali.
È probabilmente questo il dato di maggiore rilevanza strategica. Per l’agroalimentare italiano la sfida non riguarda soltanto l’entità dei dazi o la perdita di quote di mercato nel breve periodo. Riguarda soprattutto la capacità di operare efficacemente in un contesto internazionale meno stabile e meno prevedibile rispetto al passato, nel quale la variabile geopolitica assume un peso crescente nelle strategie delle imprese e nelle politiche economiche dei Paesi.
Da questo punto di vista, il rapporto ISMEA mette in evidenza la resilienza del settore agroalimentare italiano. I numeri che esso stesso presenta suggeriscono tuttavia che, in una fase di ridefinizione degli equilibri commerciali mondiali, la resilienza rappresenta una condizione necessaria, ma potrebbe non essere più sufficiente a garantire il mantenimento delle posizioni acquisite sui mercati internazionali.


