Negli ultimi vent’anni la Cina è stata il principale motore della domanda mondiale di materie prime agricole. Soia, carne bovina, latticini e cereali: la crescita dei consumi del Paese ha influenzato i prezzi internazionali, orientato gli investimenti agricoli e consolidato nuovi equilibri commerciali, soprattutto in America Latina. Oggi, però, questo modello potrebbe entrare in una nuova fase.
Secondo China’s Food Future, il rapporto pubblicato dal think tank internazionale Systemiq, Pechino starebbe costruendo una strategia di lungo periodo per ridurre la dipendenza dalle importazioni alimentari e rafforzare la propria sicurezza alimentare. Se questo processo dovesse svilupparsi con la stessa rapidità osservata negli ultimi anni in settori come il fotovoltaico e i veicoli elettrici, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre i confini cinesi, modificando i flussi commerciali e gli equilibri geopolitici del sistema agroalimentare globale.
Una dipendenza diventata strategica
La Cina parte da un vincolo strutturale difficilmente superabile. Dispone di appena l’8% delle terre arabili del pianeta, ma deve garantire l’approvvigionamento alimentare di circa il 15% della popolazione mondiale. Negli ultimi quarant’anni, l’aumento del reddito pro capite, l’urbanizzazione e il cambiamento delle abitudini alimentari hanno ampliato il divario tra produzione interna e domanda di alimenti, soprattutto di origine animale.
La conseguenza è stata una crescita costante delle importazioni. Oggi la Cina registra un deficit commerciale agroalimentare di 124,5 miliardi di dollari, il più elevato al mondo, ed è il principale acquirente internazionale di numerose materie prime agricole.
La dipendenza riguarda soprattutto i prodotti destinati all’alimentazione animale.
La soia rappresenta il caso più emblematico. Circa l’84% del fabbisogno nazionale è coperto dalle importazioni e gli approvvigionamenti sono fortemente concentrati: il Brasile fornisce circa il 65% della soia acquistata dalla Cina, gli Stati Uniti il 27%, mentre il resto proviene da altri Paesi.
Anche altri comparti presentano una forte concentrazione geografica delle forniture. Nel caso della carne bovina, il Brasile rappresenta il principale esportatore verso la Cina, seguito da Argentina, Australia e Nuova Zelanda. Per i prodotti lattiero-caseari, invece, la Nuova Zelanda copre circa il 42% delle importazioni cinesi, davanti all’Unione europea e agli Stati Uniti.
Una struttura così concentrata rende il sistema vulnerabile a eventi climatici estremi, crisi sanitarie e tensioni geopolitiche. Le guerre commerciali con gli Stati Uniti, la peste suina africana e gli effetti sempre più frequenti dei cambiamenti climatici hanno rafforzato nella leadership cinese la convinzione che la sicurezza alimentare rappresenti una componente della sicurezza nazionale.
Il “modello Cina” applicato al cibo
Secondo il report, Pechino starebbe applicando al sistema alimentare lo stesso modello di politica industriale che ha già consentito al Paese di conquistare la leadership mondiale nelle energie rinnovabili e nella mobilità elettrica.
Il modello si fonda su cinque pilastri: una strategia nazionale di lungo periodo, investimenti pubblici coordinati, sostegno alla ricerca e all’innovazione, sviluppo di poli industriali specializzati e un progressivo adeguamento del quadro normativo.
L’obiettivo non è raggiungere un’improbabile autosufficienza alimentare completa, ma ridurre la dipendenza dalle importazioni intervenendo contemporaneamente su più fronti: maggiore produttività agricola, riduzione dell’impiego di farina di soia nei mangimi, diffusione delle biotecnologie, sviluppo della biomanifattura e accelerazione delle proteine alternative.
Lo scenario delineato dal report
Gli autori ipotizzano che, entro il 2030, la Cina possa ridurre del 25% le importazioni di soia, soprattutto grazie a una maggiore efficienza nell’alimentazione animale e all’aumento della produttività agricola.
Entro il 2040 il cambiamento potrebbe diventare più evidente. La diffusione delle proteine alternative e il miglioramento delle tecniche produttive potrebbero consentire alla Cina di diventare esportatrice netta di alcune categorie di prodotti, come pollame, lattiero-caseari, uova e prodotti dell’acquacoltura, mentre le proteine alternative arriverebbero a coprire circa il 14% del mercato della carne bovina e il 16% di quello ittico.
Lo scenario più avanzato, proiettato al 2050, immagina una bioeconomia ormai pienamente sviluppata, con le proteine alternative in grado di soddisfare tra il 35% e il 55% della domanda nazionale di proteine animali.
Gli autori sottolineano che non si tratta di una previsione, ma di uno scenario costruito sulla base delle politiche già avviate e della capacità dimostrata dalla Cina di accelerare lo sviluppo di interi comparti industriali.
Le possibili conseguenze sui mercati mondiali
Se questo scenario dovesse realizzarsi, gli effetti si rifletterebbero innanzitutto sui grandi esportatori agricoli.
Negli ultimi due decenni Brasile, Argentina, Stati Uniti e Nuova Zelanda hanno costruito una parte significativa della propria crescita agricola sulla domanda cinese. Una riduzione strutturale delle importazioni di soia, carne bovina e altri prodotti agroalimentari potrebbe modificare profondamente questi equilibri.
Il report evidenzia che la contrazione della domanda del principale acquirente mondiale potrebbe esercitare una pressione al ribasso sui prezzi internazionali delle commodity, con ripercussioni sui redditi agricoli, sul valore dei terreni, sugli investimenti e sull’organizzazione delle filiere.
Allo stesso tempo, una minore dipendenza dall’estero aumenterebbe il potere contrattuale di Pechino, che potrebbe imporre requisiti più stringenti ai propri fornitori in materia di tracciabilità, sostenibilità e prodotti “deforestation free”, influenzando gli standard del commercio agroalimentare internazionale.
Una sfida anche per l’Europa
Per l’Unione europea lo scenario presenta almeno due implicazioni.
La prima riguarda i mercati. Un ridimensionamento della domanda cinese potrebbe modificare i flussi commerciali globali e gli equilibri tra esportatori, con effetti indiretti anche sui prezzi e sulla competitività delle filiere europee.
La seconda riguarda la competizione tecnologica. Se la Cina dovesse replicare nel settore alimentare il modello già sperimentato nel fotovoltaico, nelle batterie e nei veicoli elettrici, potrebbe assumere una posizione dominante anche nella biomanifattura, nelle tecnologie di fermentazione e nelle proteine alternative, aprendo un nuovo fronte competitivo per l’industria europea.


