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Stop alle pratiche sleali: finalmente recepita in Italia la normativa comunitaria  

16 Novembre 2021

È stato approvato nei giorni scorsi in Consiglio dei Ministri lo schema di decreto legislativo che vieta le pratiche sleali nei rapporti commerciali della filiera agroalimentare. L’obiettivo del decreto, che recepisce le disposizioni comunitarie di riferimento (direttiva Ue 2019/633 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 17 aprile 2019)  è di garantire maggiore tutela ed equità nei rapporti contrattuali tra gli attori della filiera agroalimentare, a beneficio in particolare degli agricoltori, che in virtù dello scarso potere negoziale rappresentano l’anello più debole della catena.

Il provvedimento introduce anche in Italia un livello minimo di tutela comune a tutta l’unione europea nelle relazioni tra acquirenti e fornitori di prodotti agricoli ed alimentari, andando a definire una serie di pratiche commerciali sleali espressamente vietate e altre che possono essere autorizzate solo se concordate in termini chiari e univoci al momento della conclusione dell’accordo di fornitura.

Tra le regole stabilite dal nuovo decreto, l’obbligo della sottoscrizione in forma scritta degli accordi di cessione di prodotti e la durata minima di contratti di fornitura che non può essere inferiore ai 12 mesi, salvo deroga motivata, anche in ragione della stagionalità dei prodotti oggetto di cessione, concordata dalle parti contraenti.

Nei 14 articoli di cui si compone il decreto, ampio spazio viene dato all’elenco delle pratiche commerciali sleali, distinguendo tra quelle su cui vige un divieto assoluto e il cui inadempimento fa scattare in automatico le sanzioni previste e altre, interdette in via di principio, ma che possono essere ammesse in deroga, previo accordo tra le parti sottoscritto al momento del perfezionamento del contratto o dell’accordo quadro.  Nel complesso sono elencate 31 pratiche. Tra quelle più importanti si segnala la regola del pagamento delle forniture entro un lasso di tempo non superiore a 30 giorni dalla consegna in caso di prodotti agricoli alimentari deperibili. La scadenza sale a 60 giorni dalla consegna in caso di prodotti che possono essere conservati. Oltre questo intervallo sono dovuti al creditore gli interessi legali di mora che decorrono automaticamente dal giorno successivo alla scadenza del termine. Altro divieto riguarda l’annullamento da parte dell’acquirente di ordini con preavviso inferiore a 30 giorni, la modifica unilaterale delle condizioni di un contratto relativamente alla frequenza, quantità, luogo e i tempi della fornitura nonché dei termini di pagamento. È altresì bandito l’inserimento di clausole che obbligano il fornitore a risarcire il deterioramento o la perdita di prodotti agricoli, qualora non conseguenti a negligenza del fornitore, o a farsi carico dei costi relativi alla gestione dei reclami dei clienti. Salvo specifici accordi tra le parti sono vietate la restituzione di prodotti agricoli e alimentari rimasti invenduti, la richiesta di un pagamento come condizione per l’immagazzinamento, l’esposizione, la commercializzazione dei prodotti e le attività di comunicazione e marketing, e di farsi carico in tutto o in parte della scontistica praticata verso il cliente finale. Altra novità introdotta dal decreto riguarda lo stop alle aste elettroniche a doppio ribasso, una pratica molto diffusa presso le centrali di acquisto delle catene della grande distribuzione, che obbliga le aziende concorrenti ad ingaggiare una competizione sul prezzo di cessione per aggiudicarsi la fornitura, innescando una spirale di ribassi successivi sul valore del prodotto. Particolarmente importante è poi la norma contenuta all’articolo 5 del provvedimento, che prevede il divieto di cessione di prodotti agricoli e alimentari a prezzi inferiori ai costi di produzione, confrontati a partire da indicatori di costo elaborati dall’Ismea. In riferimento invece alle buone pratiche, il testo cita gli accordi e i contratti di filiera con durata almeno triennale e gli accordi quadro stipulati con l’assistenza delle rappresentanze professionali. In presenza di questi requisiti, il prodotto finale può fregiarsi della dicitura “Prodotto conforme alle buone pratiche commerciali nella filiera agricola e alimentare”. Quale autorità nazionale deputata all’attività di accertamento delle violazioni è stato segnalato l’ICQRF – il Dipartimento Dell’ispettorato Centrale Della Tutela Della Qualità e Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle politiche agricole.

I commenti delle associazioni di settore

Molta la soddisfazione espressa dal mondo associativo agricolo, della cooperazione e della politica. “Nei giorni scorsi la Commissione Europea ha presentato il primo report sullo stato di applicazione della direttiva nei primi 16 paesi che hanno completato l’iter di recepimento – ha dichiarato Paolo De Castro coordinatore del gruppo S&D in  Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo –  e ora con l’Italia siamo a 17. Un plauso al Ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli che si è battuto per accelerare l’iter e per aver mantenuto il riferimento a garantire che i fornitori abbiano prezzi che non vadano sotto i costi di produzione. Ora si devono assicurare risorse all’ICQRF per creare una squadra che possa implementare al meglio legge”.  “Arriva lo stop alle speculazioni sul cibo che sottopagano i produttori agricoli in un momento in cui sono costretti ad affrontare pesanti rincari dei costi di produzione dai carburanti ai fertilizzanti, dalle macchine agli imballaggi fino ai mangimi per alimentare il bestiame”, ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. Un plauso è arrivato anche da Giorgio Mercuri Presidente dell’Alleanza delle Cooperative, il quale ha dichiarato che le organizzazioni di rappresentanza “sono pronte ad affiancare le loro 5.000 cooperative associate sia per presentare denuncia contro coloro che mettono in essere pratiche commerciali vietate, sia nell’eventuale risoluzione bonaria di controversie che dovessero coinvolgere le associate”. Per la Cia “si tratta di un passo avanti significativo, atteso da molti anni e sostenuto fortemente, perché permette anche in Italia di mettere un freno alle speculazioni nel settore, riequilibrando in un’ottica più giusta i rapporti commerciali tra tutti i soggetti della filiera agroalimentare”, sottolineando  che “ad oggi per l’ortofrutta fresca, ad esempio, su 100 euro spesi dal consumatore al supermercato, al produttore rimangono in tasca solo tra i 6 e gli 8 euro netti e ancora meno nel caso dei prodotti trasformati, dove il margine in campo all’agricoltore è intorno ai 2 euro”. Per il Presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti “l’impianto del decreto valorizza il ruolo delle organizzazioni a tutela dei propri associati. Tra le pratiche sleali individuate, di attualità è la garanzia del divieto della vendita di prodotti agricoli a prezzi al di sotto dei costi di produzione, che tutela la redditività dei nostri imprenditori”. Anche Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia ha accolto con favore lo schema di decreto. “La lotta alle pratiche sleali è una priorità per tutto il sistema agroalimentare italiano – ha commentato il consigliere. – Stop alle aste al doppio ribasso e pagamenti equi e in tempi certi, mai sotto i costi di produzione, sono queste alcune delle importanti novità che la norma contiene e che possono aiutare tutte le nostre filiere ad essere più trasparenti e competitive”.

Catena Del Valore Ismea

Ismea ha stimato la ripartizione del valore lungo a filiera alimentare, da parte di tutti i soggetti che intervengono nelle varie fasi, dal produttore sino al consumatore finale. L’analisi denominata “Catena del Valore di Ismea” è stata realizzata distinguendo tra i prodotti agricoli freschi (che sono venduti senza trasformazione industriale) e i prodotti alimentari trasformati. Il punto di partenza del ragionamento è la misura del valore che viene attribuito dal consumatore finale ai beni e servizi agroalimentari che si accresce nelle diverse fasi della filiera, anche in funzione della capacità di incorporare nel prodotto aspetti di servizio e immagine graditi al consumatore.  Considerando, come esempio, i prodotti agricoli freschi, come gli ortofrutticoli, su 100 euro spesi dal consumatore dall’elaborazione emerge che agli imprenditori agricoli resta un risultato operativo netto di soli 6 euro. Dai 100 euro spesi dalle famiglie va sottratta infatti innanzitutto la quota (6,8 euro) destinata all’acquisto di prodotti esteri sugli scaffali dei negozi (per esempio, la frutta esotica o in contro-stagione), quindi la quota di valore destinata dalle imprese all’acquisto di materie prime e beni intermedi importati dall’estero (7,6 euro), necessari per il processo di produzione, trasporto e distribuzione e infine le imposte indirette e dirette pagate in tutte le fasi della filiera (9,3 euro). La quota restante viene dunque ripartita tra coloro che hanno contribuito sia direttamente sia indirettamente alla produzione e alla distribuzione dei prodotti agricoli, in proporzione al valore aggiunto di ciascun settore. Da quest’operazione risulta che 22 euro sono rimasti come valore aggiunto ai produttori agricoli i quali, con quel valore, devono coprire gli ammortamenti e pagare i salari, ottenendo un margine operativo di appena 6 euro. Diversa la situazione per gli altri settori: più di 38 euro è la quota di valore aggiunto del settore del commercio e trasporto, con un margine netto per le imprese di 17 euro; circa di 16 euro è la quota di valore aggiunto agli altri settori fornitori di beni e servizi necessari lungo la filiera (dai mezzi tecnici per l’agricoltura ai servizi bancari), a cui 6,8 euro restano come risultato operativo netto. Nel caso dei prodotti trasformati, dove la filiera è più lunga, su 100 euro destinati dal consumatore all’acquisto di prodotti alimentari, il margine in capo all’imprenditore agricolo risulta inferiore ai 2 euro. Non molto migliore, tuttavia, è la situazione per l’imprenditore della trasformazione alimentare per il quale altrettanto compresso risulta il reddito netto d’impresa, che ammonta a solo 1,6 euro; ben diversa la remunerazione netta per gli imprenditori dell’aggregato del commercio, distribuzione e trasporto che si mantiene a 11 euro.

 

 

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