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Positivo il mercato dell’uva da tavola in Italia

28 Ottobre 2021

Buono l’esordio sul mercato della produzione 2021 delle uve da tavola italiane, con un’offerta di elevata qualità e quantitativamente superiore alla media degli ultimi anni. Lo sottolinea l’Ismea nel suo report Tendenze relativo al III trimestre del 2021.

Secondo quanto riportato dall’Istituto servizi per il mercato agricolo e alimentare, le gelate tardive della primavera scorsa che hanno arrecato diversi danni all’agricoltura non sembrano aver avuto un impatto significativo sulla produzione nazionale di uva da tavola che, al contrario, ha potuto godere di un ottimale sviluppo vegetativo grazie al clima asciutto e ai venti di maestrale che hanno contenuto le principali avversità.

L’ingresso delle primizie su mercato è stato premiato da prezzi più alti rispetto allo scorso anno e al livello medio registrato nelle ultime due campagne. Col passare delle settimane, l’aumento dei quantitativi offerti e l’elevata pressione competitiva sui principali mercati di sbocco europei da parte degli altri produttori mediterranei (Spagna, Grecia, Turchia ed Egitto) hanno determinato invece un rallentamento delle vendite e la progressiva flessione delle quotazioni all’origine. I dati attualmente disponibili non consentono ulteriori considerazioni ma per il prosieguo della campagna le vendite dovrebbero essere agevolate da un profilo qualitativo buono e da un prezzo che – quest’anno – risulta concorrenziale rispetto alle altre specie di frutta estiva, in particolare a pesche e nettarine, che permangono su quotazioni alte a causa della scarsità dell’offerta.

La produzione nazionale di uva da tavola

Negli ultimi anni, la produzione italiana di uve da tavola ha superato di poco il milione di tonnellate e la superficie investita si è assestata a circa 47 mila ettari.  Quasi tutta la produzione (98%) e la superficie si concentra in Puglia e Sicilia. I dati relativi all’ultimo quinquennio evidenziano una certa dinamicità che sta ad indicare la sostituzione dei vecchi impianti di varietà tradizionali con i nuovi vigneti di varietà apirene, ossia le cultivar prive di semi, che sono maggiormente richieste dal mercato. Questi cambiamenti hanno anche leggermente modificato la ripartizione provinciale della produzione con una lieve flessione degli investimenti nella provincia di Bari; mentre in Sicilia e in particolare nella provincia di Agrigento si sono verificati piccoli incrementi. Nel complesso, tra il 2017 e il 2021 il saldo delle aree vitate in produzione è comunque positivo, con un incremento di circa 500 ettari.

 

Le esportazioni italiane

La filiera italiana delle uve da tavola è fortemente orientata all’export, considerando che quasi la metà della produzione (circa il 45%) prende la via dei mercati esteri e che, tra le diverse specie di frutta, le uve da tavola, con un saldo positivo della bilancia commerciale di 680 milioni di euro, sono seconde solo alle mele per propensione esportativa.

Tra i Paesi esportatori, l’Italia occupa il quarto posto della classifica globale e il primo posto tra i Paesi della Ue, con un fatturato all’estero che ammonta a 720 milioni di euro. Complessivamente le importazioni mondiali di uve da tavola muovono circa 4,6 milioni di tonnellate di prodotto per un controvalore di 8,7 miliardi di euro. Gli USA sono il primo importatore con una quota del 19% in valore, seguiti da Paesi Bassi e Germania (8%) e da Regno Unito e Cina (7%), mentre tra i principali Paesi produttori ed esportatori ci sono Cina, Peru e Cile.

Dopo un andamento pressoché stabile dei quantitativi di uva italiana spediti all’estero negli ultimi anni, il 2020 ha fatto registrare un balzo in avanti dell’export in volume (450.000 tonnellate; +6%) che, per effetto della crescita dei prezzi medi unitari, si è tradotto in un aumento a doppia cifra degli incassi (+13%). I dati del primo semestre dell’anno in corso evidenziano un consolidamento della tendenza positiva, evidenziando un ulteriore avanzamento dei quantitativi spediti (+1,3%) per una crescita di quasi l’8% degli introiti.

Per quanto concerne i mercati di sbocco delle uve da tavola italiane, i paesi dell’Unione europea assorbono ben il 90% delle esportazioni complessive. Il podio dei clienti dell’Italia è composto da Germania – che da solo copre circa 1/3 del mercato,  Francia (17%)  e Polonia (8%). Tra i clienti extra europei, oltre a Svizzera (5%) e Regno Unito (4%) , si stanno  distinguendo alcuni Paesi del Golfo (Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) anche se nel 2020, complice la pandemia, c’è stato un rallentamento dei flussi verso quest’area geografica.

Focalizzando l’attenzione sul mercato tedesco che rappresenta il primo sbocco per l’export italiano, oltre ad essere il principale mercato di consumo dell’UE con importazioni che nel 2020 hanno raggiunto quota 340mila tonnellate e una spesa di 690 milioni di euro, si osserva che le importazioni di uve negli ultimi cinque anni sono cresciute del 3% in quantità e del 12% in valore. Contemporaneamente si è ridotto l’approvvigionamento dall’Italia, infatti, nel 2016 la quota coperta dall’Italia era del 41% mentre nel 2020 si è attestata al 34%. Le quote perse dall’Italia sono andate a vantaggio del Sud Africa – con il prodotto di contro stagione – e dalla Spagna che rappresenta un diretto competitor dell’Italia sul mercato tedesco.

Sul fronte della qualità, attualmente l’offerta italiana è ancora incentrata su “varietà storiche” come Vittoria, Palieri, Italia e Red Globe e presenta una disponibilità di nuove varietà di uve seedless – sebbene in progressivo aumento negli ultimi anni – ancora non adeguata alla domanda. Per questo motivo le esportazioni italiane sono sempre più minacciate dai paesi produttori emergenti che sono in grado di guadagnare quote sui principali mercati di sbocco grazie a uve di elevata qualità, ben presentate e offerte ad un prezzo competitivo.

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