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Caporalato: una piaga delle campagne non solo al centro sud

28 Giugno 2024

Il corpo mutilato e abbandonato di Satnam Singh ha riacceso i fari, a distanza di qualche anno dagli ultimi gravi episodi di cronaca, sul fenomeno del caporalato in Italia, un sistema fortemente radicato nelle campagne italiane, che negli anni ha assunto i contorni di un vero e proprio modello organizzativo criminale, basato sull’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, sull’ abuso e la sistematica violazione delle regole e dei diritti del lavoratore.

I numeri del fenomeno

Sono 230 mila i braccianti agricoli irregolari, secondo la fotografia scattata dall’ Osservatorio Placido Rizzotto Flai-Cgil, che da anni monitora il caporalato e le agromafie nel nostro Paese.  Un esercito di disperati, in gran parte costituito da migranti privi di permesso di soggiorno e per questo vulnerabili e ricattabili, ma anche da cittadini italiani ed europei, che secondo le stime riportate nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio arrivano a rappresentare una quota di quasi il 30% del totale. Lavoratori, tra cui 55 mila donne, vittime di sfruttamento e abusi, con una paga che va dai 15 ai 35 euro al giorno, in alcuni casi di appena due euro l’ora, ma che pesano per un quarto sugli occupati complessivi del settore. Sempre secondo le stime sarebbero 30.000 le aziende che ricorrono all’intermediazione illecita e para-mafiosa della manodopera, e oltre 220 milioni le ore lavorate che provengono da contratti in nero, più di due terzi di quelle complessivamente generate dal lavoro dipendente in agricoltura. Se nel sistema economico complessivo, il sommerso valeva nel 2020 il 9,5% del Pil, nel primario l’incidenza è arrivata a sfiorare nello stesso anno una quota vicina al doppio, con quasi il 17% del valore  del settore generato dalla componente di lavoro nero. Il tasso di irregolarità delle ULA (unità lavorative per anno) dipendenti nel settore agricolo è pari al 36,3% ed è il secondo più alto dopo il comparto dei servizi alla persona.

La geografia del caporalato in Italia

Il caporalato si concentra soprattutto in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio con tassi di irregolarità che superano il 40%, ma non risparmia neanche il centro- nord, dove in alcune regioni si raggiungono quote di lavoro sommerso o parzialmente sommerso del 20-30%. Ma c’è di più delle 405 aree di caporalato diffuso censite dall’Osservatorio Placido Rizzotto, più della metà sono al Nord. La geografia del lavoro agricolo sommerso in Italia tocca aree note come l’agro pontino, la Capitanata foggiana, il  Metapontino, il Ragusano, le campagne piemontesi di Saluzzo e il Fucino abruzzese, ma anche distretti produttivi di eccellenza come in Veneto la zona del Prosecco di Valdobbiadene/Conegliano, o in Calabria,  quella di Amantea per la produzione delle cipolle rosse di Tropea. Lo testimoniano le numerose operazioni di Polizia e gli esiti delle ispezioni effettuate dagli Ispettorati del Lavoro regionali/nazionali.

Un sistema sempre più organizzato e sotterraneo

Accanto alle forme manifeste di sfruttamento, si evince dal rapporto, vale a dire la presenza di operai non dichiarati, convivono forme di sfruttamento più sotterranee, spesso mascherate da contratti di lavoro apparentemente conformi agli standard previsti, ma che nella sostanza ne tradiscono i termini. Nei fatti si impongono, e non di rado si estorcono accordi verbali con condizioni differenti dove i salari e orari sono discrezionalmente determinati e le coperture assistenziali/previdenziali totalmente eluse. Una condotta perpetrata a danno soprattutto dei lavoratori stranieri, sui quali pende la possibilità di acquisire o rinnovare lo status regolare di permanenza e dunque dei diritti correlati al lavoro e alla cittadinanza. In qualche caso il meccanismo di sfruttamento non si ferma nei campi ma si dipana lungo tutta la filiera produttiva, con pezzi o interi settori “delegati” ai caporali e da loro subappaltati mediante la creazione di cooperative spurie e l’apertura di finte partite IVA, un meccanismo irrimediabilmente incardinato sullo sfruttamento e l’intermediazione illecita di manodopera. L’osservatorio mette in luce come il caporalato venga perpetrato oggi attraverso nuovi e più complessi meccanismi che vedono il coinvolgimento di attori qualificati (i cosiddetti “colletti bianchi”) ed in generale figure in grado di mascherare l’illegalità attraverso un “gioco di scatole cinesi”, che rende ancor più complicata la prevenzione, l’individuazione e la conseguente repressione del fenomeno.

La legge sul caporalato

Una svolta importante nel contrasto al caporalato è rappresentata dalla Legge n. 199 del 4 novembre 2016. La norma si caratterizza, in primo luogo, per la riformulazione del delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, già inserito all’art. 603-bis del codice penale, che prevede l’equiparazione tra la figura del caporale ossia chi recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori e il datore di lavoro, ovvero chi utilizza, assume o impiega manodopera mediante l’attività di intermediazione. È disposto poi un inasprimento della pena prevedendo la reclusione da uno a sei anni e sanzioni  da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.

La norma individua poi alcuni importanti indicatori della condizione di sfruttamento e di lesione della dignità umana: condizioni disumane di lavoro, nessun accesso all’acqua, salari da fame senza limiti di orario e senza pause, trattenute ingiustificate ed arbitrarie sui compensi, servizi erogati in maniera esclusiva e vincolante (ad esempio l’obbligo di utilizzare e pagare il pullmino o gli alloggi forniti dal datore o dai caporali), minacce e mobbing, se non addirittura violenze gratuite e sfruttamento sessuale.

Vengono inoltre introdotte misure di sostegno e tutela delle vittime di caporalato, prevedendo l’assegnazione al Fondo anti-tratta dei proventi provenienti dalle confische ordinate a seguito di sentenza di condanna e la loro successiva destinazione all’indennizzo delle vittime del reato di caporalato. Altra novità è la modifica alla normativa che ha istituito presso l’INPS la cosiddetta Rete del lavoro agricolo di qualità, alla quale possono essere iscritte le imprese agricole più virtuose, che non hanno riportato condanne penali per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, oltre ad essere in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi.

Gli esiti delle attività ispettive

Nel corso del 2021 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha effettuato 65.686 ispezioni (su un totale di oltre 91 mila accessi effettuati nell’attività di vigilanza). Quasi il 9% di queste ha riguardato il settore agricolo. Sul totale delle ispezioni definite in Agricoltura circa 3.000 hanno dato un riscontro irregolare (ca. il 55%). I lavoratori interessati dagli illeciti individuati nel settore agricolo sono stati 6.804 (l’11% del totale). I lavoratori agricoli che, in conseguenza di queste verifiche, sono stati interessati da caporalato o sfruttamento lavorativo sono 797 (59% del totale).

La Rete del lavoro agricolo di qualità .

Oggi sono appena 6.113 imprese agricole sono iscritte alla ReLAQ, rispetto ad un bacino di ca. 200.000 imprese che utilizzano lavoratori subordinati. Circa la metà delle imprese aderenti si distribuisce tra Emilia- Romagna (27,9%) e Puglia (22%). Seguono, a grande distanza, Campania (9,9%), Sicilia (6,6%), Calabria (6,4), Lazio (6,1%), Piemonte (4,8%), Veneto e Lombardia (4,2%). Il restante 7,9% delle imprese ha invece sede nelle altre 11 regioni.

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