Il futuro del vino italiano passa da una strategia di lungo periodo che unisca promozione, innovazione, tutela del modello alimentare mediterraneo e una forte difesa del comparto nella riforma della PAC post-2027. È il messaggio emerso con chiarezza dal convegno “Competitività e futuro del vino italiano”, organizzato da Confcooperative Fedagripesca a Roma alla presenza del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Con 264 cantine e consorzi associati, un valore aggregato oltre i 5 miliardi di euro e circa il 40% della produzione nazionale, Confcooperative si conferma un attore centrale della filiera vitivinicola italiana. Il convegno ha affrontato, in tre panel tematici, la situazione del mercato mondiale del vino, il rapporto tra vino e salute e le politiche necessarie per garantire un futuro competitivo al settore.
Produzione in calo, consumi in cambiamento: lo scenario mondiale
Nel primo panel, i dati presentati da Giorgio Delgrosso (OIV) e Tiziana Sarnari (ISMEA) hanno delineato un quadro complesso. La produzione mondiale 2025 è prevista a 232 milioni di ettolitri: un recupero rispetto al 2024, ma ancora lontano dalla media degli ultimi cinque anni. Il cambiamento climatico rimane il fattore destabilizzante principale, aggravando la volatilità delle rese e imponendo innovazione tecnologica e gestionale.
Sul fronte dei consumi, la tendenza è ancora negativa: i mercati maturi continuano a perdere volumi, toccando i minimi degli ultimi sessant’anni. A soffrire maggiormente sono i vini rossi, mentre crescono bianchi, rosé e spumanti. Una conferma del mutamento strutturale degli stili di consumo, sempre più orientati verso prodotti freschi, “facili” e a minore gradazione alcolica.
Gli scambi internazionali mostrano prezzi medi in crescita – segnale di una domanda che cerca maggiore qualità – ma volumi stagnanti. L’indice di internazionalizzazione resta intorno al 50%, evidenziando la forte interdipendenza dei mercati globali.

Vino e salute: “Distinguere tra abuso e consumo consapevole”
Il secondo panel ha trattato uno dei temi più delicati per il settore: il rapporto tra vino e salute. Il presidente di Confcooperative Fedagripesca, Raffaele Drei, insieme al professor Attilio Giacosa (IRVAS) e al dirigente del Ministero della Salute Alessio Nardini, ha richiamato la necessità di un’informazione rigorosa, capace di contrastare messaggi allarmistici non basati su evidenze scientifiche.
«Il vino non può essere assimilato tout court alle bevande alcoliche industriali» ha ribadito Drei. «È parte della cultura mediterranea, della dieta italiana e di un modello alimentare basato su equilibrio e convivialità». Gli studi scientifici – è emerso dal confronto – confermano che un consumo moderato e inserito nella dieta mediterranea può essere compatibile con uno stile di vita sano e, in alcuni casi, associato a riduzioni del rischio cardiovascolare.
Il ruolo di IRVAS diventa quindi fondamentale per fare da ponte tra ricerca, istituzioni e cittadini, promuovendo una comunicazione chiara e basata sui dati.
Riforma della PAC, promozione e innovazione: la sfida politica
Il terzo panel ha acceso i riflettori sulla dimensione più politica del dibattito. Luca Rigotti, presidente del Settore Vitivinicolo di Confcooperative, ha espresso forte preoccupazione per la proposta di riforma della PAC post-2027, che renderebbe non più obbligatorio per gli Stati membri attivare l’intervento settoriale sul vino, con il rischio per il settore di perdere peso strategico e identità all’interno delle politiche agricole europee.
Tra le misure accolte positivamente, invece, le novità del Pacchetto Vino votato in Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo:
- finanziamento dei programmi di promozione aumentato all’80%;
- abolizione del limite temporale per le campagne in un Paese terzo;
- autorizzazioni al reimpianto per otto anni;
- etichetta elettronica;
- copertura UE fino al 100% per la lotta alla flavescenza dorata;
- pieno accesso delle cooperative alle misure finanziarie, al pari delle PMI.
Una riforma che, nelle parole di Rigotti, potrà rafforzare la presenza del vino italiano nei mercati, ma dovrà essere completata tutelando le specificità del modello cooperativo.
Produzione nazionale, estirpi e gestione del potenziale produttivo
Sul fronte interno, Confcooperative prevede una vendemmia 2025 di buona qualità ma con volumi più contenuti. Le giacenze al 31 luglio registrano un miglioramento rispetto ai mesi precedenti, con una forte prevalenza dei vini DOP (56,3%). Tuttavia, l’organizzazione chiede maggiore trasparenza sui dati relativi ai vini realmente destinati al mercato, per poter intervenire in modo mirato nelle situazioni di squilibrio.
Sui temi più delicati – estirpi, nuovi impianti, vendemmia verde e regolazione delle rese – la linea è netta:
- preservare il patrimonio viticolo nazionale;
- evitare misure generalizzate che penalizzino territori virtuosi;
- introdurre strumenti come fondi rotativi per acquisire vigneti dismessi;
- sospendere per tre anni nuovi impianti per chi richiede estirpi;
- rafforzare i controlli per una vendemmia verde efficace.
Dealcolati e vini “low alcol”: la nuova frontiera dei consumi
Grande attenzione è stata dedicata ai vini dealcolati e a bassa gradazione naturale, considerati da Confcooperative una delle principali direttrici di sviluppo dei consumi globali, con un potenziale di oltre 150 milioni di consumatori.
Il settore attende il decreto interministeriale che consentirà la produzione di vini dealcolati (“alcol reduced”), mentre procede la sperimentazione dei “low alcol”, ottenuti con tecniche agronomiche ed enologiche tradizionali. Rigotti ha confermato l’impegno politico di Confcooperative per inserire queste categorie nel testo finale del Pacchetto Vino in discussione a Bruxelles.
Preoccupano invece le nuove bevande a base di mosto d’uva che sfruttano il nome del vitigno pur non essendo vino, generando confusione nel consumatore.

