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Aziende agricole sempre più sostenibili, secondo il Rapporto “Agricoltura 100”

18 Febbraio 2022

Aumenta l’impegno delle aziende agricole italiane verso la sostenibilità. Non solo tutela dell’ambiente, ambito in cui l’agricoltura ha certamente un impatto decisivo, ma anche attenzione alla salute dei consumatori e responsabilità sociale dell’azienda intesa come impegno a garantire la sicurezza sul luogo di lavoro, la parità di diritti, l’inclusione sociale e la coesione con le comunità locali. Sono queste le dimensioni della sostenibilità indagate nel rapporto di AGRIcoltura100 accanto anche al tema della gestione dei rischi e dei rapporti di filiera.

Il progetto AGRIcoltura100, giunto alla seconda edizione, nasce dalla collaborazione tra Reale Mutua e Confagricoltura per rafforzare l’impegno alla sostenibilità delle imprese agricole e valorizzare il contributo dell’agricoltura alla crescita sostenibile del Paese.

L’indagine ha coinvolto quest’anno 2.162 imprese agricole (312 in più rispetto alla scorsa edizione) e la numerosità e la distribuzione dei partecipanti in tutte le aree del Paese, in tutti i comparti produttivi e in tutte le classi dimensionali rendono il campione ampiamente rappresentativo della multiforme realtà del settore agricolo.

Emerge dai dati contenuti dal rapporto un quadro confortante dell’agricoltura italiana, che nonostante le grandi difficoltà determinate dalla pandemia, non è arretrata di fronte alle sfide che la attendono. Al contrario le aziende agricole hanno accresciuto ulteriormente i propri sforzi per migliorare l’impatto ambientale, sociale ed economico della propria attività. Non solo: i dati mostrano anche come la pandemia si stia rivelando uno snodo decisivo per la diffusione della stessa cultura della sostenibilità e un numero crescente di imprenditori dimostra di aver preso piena consapevolezza della centralità di questi temi per orientare le proprie scelte di business.

L’indice di AGRIcoltura100 misura il livello generale di sostenibilità dell’impresa elaborando ben 234 variabili. Ad ogni impresa che ha partecipato all’indagine viene attribuito un valore dell’indicatore compreso tra da 0 a 100. Confluiscono in questo punteggio quattro indici parziali, relativi ad altrettante aree di sostenibilità ESGD: sostenibilità ambientale (E), sostenibilità sociale (S), gestione dei rischi e delle relazioni (G) e qualità dello sviluppo (D).

Rispetto al periodo pre-Covid e la conseguente crisi economica, gli imprenditori dichiarano che nella loro azienda è decisamente aumentata l’importanza attribuita alla sostenibilità ambientale (56,7%), alla sostenibilità sociale (47,9%), alla gestione del rischio e delle relazioni di filiera (45,0%).

Dal report emerge la profonda consapevolezza delle imprese del mutamento che il settore agricolo sta vivendo e la necessità di modelli produttivi sempre più orientati alla sostenibilità e fortemente proiettati all’innovazione.

L’interdipendenza tra sostenibilità e innovazione tecnologica è ormai un dato assodato. E’ infatti attraverso continui e consistenti investimenti nell’innovazione tecnologica e di processo che le aziende riescono a controllare e a ridurre le emissioni aumentando la quota di energie rinnovabili e di energia autoprodotta, ottimizzano l’utilizzo delle risorse e rendono tracciabile la filiera per garantire la sicurezza dei prodotti.  Le imprese sostenibili non sono quindi una nicchia produttiva che rifugge dalla modernità ma aziende che hanno scelto la sostenibilità come linea guida dello sviluppo e che a questo scopo investono più delle altre nell’innovazione.

Lo dimostrano i risultati, primi fra tutti quelli relativi ai livelli di sostenibilità raggiunti nell’arco del 2021: le imprese con un livello alto e medio-alto sono passate dal 48,1% al 49,1% del totale; le attività con un livello di sostenibilità ancora embrionale o limitato, invece, scendono dal 17 al 12,7 punti percentuali. Parte di queste si sono spostate nella fascia di livello medio, che passa dai 34,5 punti percentuali ai 38,2. Il drastico ridimensionamento del livello basso è un chiaro segnale del cambiamento di paradigma in atto.

La distribuzione tra le aree territoriali è alquanto omogenea, con un’oscillazione tra il 50,9% del Centro Italia e il 44,2% del Sud. Si presenta invece più differenziata per classi dimensionali: le aziende maggiori (sopra i 50 ettari e sopra i 10 addetti) hanno più rapidamente maturato strategie competitive fondate sulla sostenibilità, ma anche le piccole (da 5 a 9 addetti) raggiungono un livello superiore alla media. E forse è ancora più significativo che anche tra le microimprese (con meno di 5 addetti) si raggiunga una quota del 44% di aziende con livello di sostenibilità alto o medio-alto. I settori produttivi presentano livelli di sostenibilità molto simili: non si riscontrano differenze tra aziende di coltivazione e di allevamento o miste. Per quanto riguarda i comparti raggiungono livelli di eccellenza l’ortivo, il fruttifero, la viticoltura.

 

 

Indicativi dell’attenzione del settore primario ai temi ambientali, sociali e di governance sono anche i risultati dell’indagine sulle aree interessate dalle iniziative di sostenibilità attuate dalle aziende. Al primo posto troviamo gli interventi di miglioramento nell’utilizzo delle risorse come l’acqua, il suolo e l’energia (98,8%). Seguono la tutela della qualità e della salute alimentare (91,5%); al terzo posto c’è la gestione dei rischi (76,5%); al quarto e al quinto: la tutela della sicurezza sul lavoro (66,8%) e la valorizzazione del capitale umano (64,4%).

 

L’intera indagine è scaricabile a questo link

https://www.realemutua.it/Agricoltura100

 

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