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L’analisi del Crea sull’agricoltura italiana nel 2021

22 Gennaio 2023

Poco prima delle festività Natalizie, il 22 dicembre scorso, è stato presentato dal Crea ( Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria)  il 75° Annuario dell’agricoltura italiana, che fa il punto sull’andamento e l’evoluzione del sistema agro-alimentare nazionale nel 2021.

Secondo il rapporto, l’attesa ripresa del settore primario nel 2021, dopo le difficoltà legate alla diffusione della pandemia da COVID-19, si è mostrata più debole delle aspettative e del resto dell’economia nazionale, principalmente per effetto di un andamento climatico non favorevole.

Il valore della produzione dell’ agricoltura, silvicoltura e pesca si è fermato poco al di sotto dei 64,3 miliardi di euro in valori correnti (+6,3%), come sintesi di una contrazione dei volumi prodotti (-0,4%) e di un forte rialzo dei prezzi (+6,7%), questi ultimi spinti dal forte rincaro dei costi di produzione, anticipando così la spinta alla dinamica inflattiva tuttora in corso. Nonostante la tiepida performance, il peso complessivo dell’agricoltura sul sistema economico nazionale si è consolidato al 2,2% del PIL, e all’11% del fatturato complessivo dell’agroalimentare.

Dal punto di vista strutturale, come emerge dai dati del 7° Censimento agricoltura 2020 dell’ISTAT, il Crea segnala, da un lato, la massiccia fuoriuscita di aziende dal settore (-30%), in particolare di piccola e piccolissima dimensione: in calo quelle sotto un ettaro (rappresentano circa il 21% del totale nel 2020 contro l’oltre 30% del decennio precedente) mentre aumentano quelle da 50 ettari in su (dal 2,8% a oltre il 4,5%); dall’altro, invece, la crescita della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) media aziendale da 8 a 11 ettari (1,2 milioni ettari).

Le dinamiche dimensionali, sottolinea lo studio,  sono state trainate soprattutto dal maggior ricorso alle forme di possesso transitorio della terra; il Censimento 2020 registra un ulteriore incremento della superficie non di proprietà (+27% sul 2010), con circa il 50% della SAU nazionale coltivata con contratti di affitto (5 milioni di ettari) e di comodato gratuito (1,2 milioni ettari). Queste formule rappresentano la principale risposta organizzativa delle imprese che, a causa di valori fondiari in crescita, riescono così a soddisfare anche specifici requisiti richiesti per l’accesso ad alcune misure incluse nei PSR.

Relativamente alla forza lavoro in agricoltura, il processo di ristrutturazione settoriale ha spinto verso forme più professionali, con l’approssimarsi del sorpasso della componente salariata (47%) su quella familiare (53%). Pur in presenza di disparità di genere, soprattutto per la componente occupazionale del lavoro dipendente, l’imprenditoria femminile consolida la sua posizione, con quasi il 32% di capi azienda e con una presenza nella fascia più alta di impegno lavorativo profuso in azienda (superiore alle 200 giornate di lavoro).

Si assottiglia invece ulteriormente la presenza di capi azienda giovani (con età fino a 40 anni), che  rappresentano appena il 9,3% del totale. Ne consegue la persistenza di un preoccupante squilibrio generazionale all’interno della classe imprenditoriale agricola che rallenta i processi di rinnovamento del sistema produttivo aziendale, tenuto conto del fatto che i giovani mostrano tassi più elevati in investimenti innovativi, in digitalizzazione dei processi produttivi e nelle attività di diversificazione.

Nonostante la contrazione della componente giovanile, assumono sempre più importanza le cosiddette attività connesse come ad esempio quella agrituristica, i servizi di contoterzismo, la produzione di  energia da fonti rinnovabili,  le attività di prima trasformazione e vendita diretta che stanno cambiando il volto dell’agricoltura italiana, fornendo al contempo un importante strumento di rafforzamento dei redditi aziendali. Il peso economico della diversificazione si colloca ormai stabilmente intorno al 20% del valore totale della produzione agricola italiana, con un contributo pari a 12.520 milioni di euro nel 2021.

Sul fronte degli impatti sulle risorse naturali, le emissioni di fonte agricola rappresentano in Italia l’8,6% del totale delle emissioni nazionali, in aumento del 4,2% rispetto al 2019, in controtendenza rispetto al dato delle emissioni complessive e anche a quello medio dell’UE. Tuttavia, nel lungo periodo (1990-2020), si registra un calo delle emissioni settoriali superiore all’11%, principalmente ascrivibile alla riduzione del numero di capi di bestiame, all’applicazione di normative ambientali e, non ultimo per importanza, al recupero di biogas da deiezioni animali.

Qualità e distintività si confermano sempre più elementi caratterizzanti dell’agricoltura italiana, come testimonia la crescita del patrimonio nazionale di prodotti di qualità (DOP-IGP), approfondita qui  e del biologico approfondito qui, che vedono l’Italia collocarsi al primo posto in Europa, nel primo caso, per numero di prodotti insigniti dal riconosciumento comunitario e, nel secondo caso,  per incidenza sulla superficie bio sulla superficie agricola complessiva.

La reputazione della produzione agro-alimentare nazionale trova ampio riscontro sui mercati internazionali, dove si mantiene positivo il valore del saldo commerciale del settore agro-alimentare, con le esportazioni che superano per la prima volta il valore dei 50 miliardi di euro (+11,3%).

Si conferma, infine, rilevante la spesa pubblica per il settore agricolo: poco superiore ai 12 miliardi di euro (+10,8% rispetto all’anno precedente). Dall’UE provengono i due terzi (67%) di questo sostegno, mentre i fondi nazionali coprono il 19% e quelli regionali il restante 14%.

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