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Agroalimentare italiano alla prova dei dazi USA

1 Agosto 2025

Il 27 luglio 2025 scorso in Scozia Donald Trump e Ursula von der Leyen hanno raggiunto, dopo mesi di negoziati, l’atteso accordo quadro sui dazi, che ha introdotto una tariffa generalizzata del 15% su larga parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Le reazioni all’intesa sono state contrastanti, tra chi reputa l’agreement una resa dell’Europa di fronte allo strapotere americano e chi lo definisce una scelta obbligata, l’unica via percorribile per evitare una guerra commerciale dagli effetti potenzialmente devastanti sull’economia globale.

Sebbene l’intesa contenga alcune clausole di esenzione da definire — inclusi regimi reciproci  “zero tariff” per specifici prodotti — nella sua applicazione più ampia rischia di colpire duramente il Made in Italy, in particolare in una fase in cui l’export stava registrando una crescita significativa.

Negli ultimi cinque anni, le esportazioni italiane sono cresciute del 30%, raggiungendo i 623 miliardi di euro nel 2024, con un surplus commerciale di 55 miliardi.

Solo verso gli Stati Uniti, l’Italia ha esportato beni per 65 miliardi di euro, con un attivo della bilancia  pari a circa 39 miliardi di euro nel 2024, dovuto all’industria manifatturiera, il cui surplus compensa largamente il deficit sul fronte delle commodity, soprattutto energetiche.

Le esportazioni italiane oltreoceano sono rappresentate in larga parte da prodotti farmaceutici, prodotti e componenti meccaniche, automobili, e prodotti agroalimentari. Questi ultimi rappresentano il 12% del valore delle totali esportazioni italiane verso gli Usa, una quota maggiore di quella che essi hanno sulle totali esportazioni italiane verso il mondo in complesso (10%).

Il dazio unico del 15% — più che triplo rispetto alla precedente media del 4,8% — potrebbe costringere molte aziende italiane a tagliare i margini o rivalutare la presenza sul mercato americano, a meno che non riescano a trasferire l’aumento dei costi sul prezzo finale per il consumatore.

L’analisi settore per settore

Agroalimentare: con 8 miliardi di euro di export verso gli USA, è il comparto simbolo della qualità italiana. Mentre  alcuni prodotti erano già soggetti a dazi del 15% (e dunque non subiscono aumenti), molti altri beni alimentari erano precedentemente esenti. Per questi ultimi, il salto tariffario rappresenta un impatto diretto e sensibile. È in discussione, secondo l’articolo, un possibile elenco di prodotti agroalimentari esentati, ma ad oggi non è ancora stato definito.

Farmaceutico: esportazioni italiane valgono oltre 11 miliardi di euro l’anno.. È prevista una deroga per i farmaci generici, per i quali potrebbero scattare esenzioni.

Automotive: il settore si salva in extremis. I dazi, attualmente pari al 25% sono stati ridotti al 15%, rappresentando quindi un miglioramento del regime tariffario, a beneficio soprattutto della Germania. L’Italia esporta negli USA circa 75.000 autovetture all’anno e componentistica per 1,2 miliardi di euro.

Chimica: settore strategico con export UE per oltre 330 miliardi, anche in questo caso i dazi si fissano al 15%, con alcune esenzioni parziali previste per componenti specifici.

Semiconduttori e aerospazio: dazi neutralizzati o azzerati. Apparecchiature per semiconduttori e componenti aeronautiche godranno di tariffa zero, come parte dell’accordo sulla cooperazione strategica e militare.

In questo contesto, l’agroalimentare italiano si trova in una posizione particolarmente delicata. Le eccellenze del Made in Italy, molte delle quali basate su filiere di qualità, certificazioni DOP/IGP e forte valore aggiunto, rischiano di diventare meno competitive in uno dei mercati più sensibili al prezzo. Il quadro finale dipenderà molto dall’effettiva applicazione dei regimi di esenzione previsti per alcuni prodotti: se ben gestiti, potranno tutelare le filiere strategiche. In caso contrario, molte imprese saranno costrette a rivedere le proprie strategie commerciali e internazionali.

 

Focus sulla filiera agroalimentare italiana

Le esportazioni agroalimentari italiane negli USA hanno raggiunto nel 2024 un valore prossimo agli  8 miliardi di euro, in forte crescita sul 2023 (+17%). L’export è piuttosto concentrato sotto il profilo merceologico, con le prime 10 voci tra cui vini, olio EVO, spumanti, formaggi stagionati, pasta, preparazione per salse che rappresentano circa il 65% delle vendite di beni agroalimentari oltre oceano. Da sottolineare poi che per la maggior parte di queste voci, quello statunitense è il principale mercato di sbocco, rendendo l’export molto vulnerabile al dazio del 15%. .

Le conseguenze del nuovo scenario tariffario, tuttavia, non saranno omogenee: alcuni comparti vedranno aumentare i propri costi d’accesso al mercato nordamericano in misura sensibile, mentre altri, già sottoposti a barriere o soglie tariffarie, subiranno un impatto più contenuto.

Tra i settori più esposti c’è senza dubbio quello del vino e degli spumanti, una vera eccellenza nazionale. Con oltre 2 miliardi di euro di export nel 2024, le produzioni vinicole tricolori, dominano il mercato statunitense in termini di volumi e quote di mercato, superando la Francia e competendo direttamente con produzioni locali californiane e cilene. Fino a oggi, grazie agli accordi multilaterali e alla forte domanda americana per le etichette italiane, i dazi sul vino erano praticamente nulli o molto bassi. L’introduzione di una tariffa fissa del 15% rischia ora di compromettere l’equilibrio competitivo: molti produttori, in particolare quelli orientati alla fascia media del mercato, dovranno scegliere se assorbire il rincaro (erodendo i già esigui margini) o riversarlo sul consumatore finale, con il rischio concreto di perdere terreno sugli scaffali.

Un discorso simile riguarda l’olio extravergine d’oliva, altro simbolo del Made in Italy nel mondo, e da sempre prodotto premium sul mercato americano. L’Italia è il secondo esportatore di olio verso gli Stati Uniti dopo la Spagna, ma è anche il Paese che più punta sulla qualità. L’introduzione di una barriera tariffaria incide direttamente su un prodotto già soggetto a forti pressioni concorrenziali, con il rischio concreto di essere sostituito da oli di origine spagnola, greca o nordafricana, spesso meno costosi e presenti con blend pensati appositamente per il mercato estero. Anche in questo caso, il rischio è che venga compromesso un posizionamento faticosamente costruito in decenni.

La stessa dinamica si registra nella filiera della pasta, in particolare per i produttori di pasta secca industriale. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti in questo segmento valgono circa 170 milioni di euro, con un tasso di crescita sostenuto negli ultimi anni. Tuttavia, il prodotto è molto sensibile al prezzo finale: nella grande distribuzione americana, un rincaro anche minimo può spingere i consumatori verso alternative locali o d’importazione non soggette a dazi..

Un altro comparto in forte espansione che rischia una brusca frenata è quello dei derivati del pomodoro, sughi pronti e conserve. Marchi come Mutti, Cirio e La Doria hanno costruito negli USA una reputazione solida, puntando su qualità e tracciabilità. Tuttavia, anche qui il dazio fisso incide direttamente sul posizionamento prezzo di un prodotto che è entrato nella dispensa di milioni di consumatori americani, ma che compete con alternative meno costose, spesso prodotte localmente o importate da altri Paesi.

Al contrario, ci sono comparti o prodotti che potranno contare su un impatto minimo, quando non nullo. È il caso di alcuni formaggi DOP come Parmigiano Reggiano e Grana Padano chebeneficeranno anzi  di una riduzione passando dal 25% (la somma delle tariffe pagate dagli anni ’60 con quelle che si sono aggiunte dall’aprile scorso) al 15% in base alla quota dell’accordo Usa-Ue. Il Pecorino che era stato, al contrario esentato, durante il precedente governo Trump, sarà invece questa coinvolto. In ogni caso per molti operatori del settore, il nuovo dazio del 15% non rappresenta un ulteriore aggravio, ma piuttosto una stabilizzazione di una situazione già nota e, in parte, ammortizzata, anche se si teme un ulteriore rafforzamento del fenomeno dell’“Italian sounding” che continua, specie nel settore caseario, a sottrarre quote ai veri prodotti DOP.

Più contenute anche le ripercussioni per il comparto dolciario industriale, in particolare per i grandi gruppi come Ferrero, Barilla (Mulino Bianco), Bauli o Balocco. Molte di queste aziende hanno da tempo delocalizzato parte della produzione negli Stati Uniti, riducendo la propria esposizione alle dinamiche doganali. Inoltre, i loro prodotti godono di un forte riconoscimento di marca e di una fidelizzazione da parte del consumatore, elementi che potrebbero attenuare l’effetto di eventuali rincari.

Ancora più marginale, infine, l’impatto sui prodotti freschi e deperibili, come latticini e yogurt, che per ragioni logistiche sono presenti in misura molto ridotta sul mercato statunitense. Il sistema di trasporto a temperatura controllata, unito alla scarsa shelf life, rende questo segmento strutturalmente meno esposto all’export lungo raggio.

In sintesi, il nuovo assetto tariffario americano disegna un panorama frammentato, in cui le eccellenze italiane più esposte al prezzo – e meno protette da accordi pregressi – rischiano un colpo significativo. Le imprese dovranno ripensare le proprie strategie di mercato, valutando la possibilità di delocalizzare, ridurre i margini, o cercare nuovi sbocchi in mercati terzi, come Asia e Medio Oriente. Ma soprattutto, come ricordano le principali associazioni di categoria, sarà fondamentale che l’Unione Europea attivi in tempi rapidi misure di compensazione, promozione e difesa legale per tutelare un patrimonio agroindustriale che rappresenta non solo un’eccellenza economica, ma un pezzo identitario della cultura europea.

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